Un manifesto contro la scissione
Inviato da rossoverde | 16 Nov, 2008
Il neoliberismo ha fallito anche nella sua missione più ‘naturale’ alla sua vocazione, quella dello sviluppo delle forze produttive. La precarietà, l’insicurezza e l’impoverimento del lavoro, la distruzione delle risorse naturali oltre i limiti ambientali, l’approfondirsi delle disuguaglianze planetarie e dello sfruttamento delle popolazioni del Sud del mondo, l’aggressione ai diritti di donne e uomini migranti che fuggono guerre e povertà, la regressione nelle relazioni sociali, nelle libertà individuali e collettive, nella sfera della democrazia, sono pagate oggi anche con la ‘moneta illiquida’ propria della crisi finanziaria ed economica mondiale e della recessione globale. Cresce il rifiuto per questo modello di economia e di società ma da questo non nasce necessariamente la costruzione di una alternativa. Può prevalere il suo contrario: la paura genera la chiusura dentro politiche securitarie, ulteriormente liberticide, che comprimono il conflitto sociale, autoritarie, reazionarie. Il sonno della ragione genera i mostri con il volto più orribile, quello della guerra.
Le destre, al contrario che nel passato, non sono per lo status quo, anzi investono su questa deriva.
Il mondo è attraversato da un movimento tellurico, si producono faglie di rottura dell’ordine esistente come in Latino-America. La destra americana è stata sconfitta nelle elezioni presidenziali. E’ una buona notizia per il mondo ma dobbiamo attendere le prove ardue della risposta alla crisi economica mondiale e alla recessione globale e quelle non meno dirimenti dei conflitti armati che insanguinano il nostro pianeta.
L’Europa, però, è ferma e la sinistra in Europa è muta. Da un lato la deriva del Partito Socialista Europeo dentro l’ambito delle compatibilità della globalizzazione neoliberista, dall’altro la fragilità della sinistra di alternativa, comunista, ambientalista, socialista critica. L’Europa tecnocratica delle banche, quella ademocratica del Trattato Costituzionale è fallita. Ma l’istanza di un’altra Europa non cresce. La sinistra europea ritrova la sua missione nella costruzione di una alternativa radicale al neoliberismo, nella fuoriuscita dal Trattato di Lisbona, dopo l’abbandono di quello Costituzionale, e dalle compatibilità imposte dalle regole di Maastricht.
La sinistra europea può ritrovare forza solo se si fa interprete del bisogno di rottura che si estende a vasti strati popolari, se propone una discontinuità forte.
L’elettoralismo è la malattia senile della sinistra. Assistiamo sbigottiti al dibattito ancora una volta sulle prossime elezioni europee, astratto dalle esigenze di lotta limitandosi sempre alle alchimie sulle liste. Una lista di tutta la sinistra si sostiene: come se fosse ininfluente che una parte di quella sinistra è e vuole essere interna al Partito Socialista Europeo. Una lista di tutti i comunisti si risponde: come se fosse ininfluente che siamo interni al Partito della Sinistra Europea. Un dibattito tutto piegato sulle convenienze del momento, sulla tattica, sulle alchimie provinciali di una sinistra italiana che annaspa in una guerra fratricida che uccide la speranza su cui è nata la scommessa di Rifondazione Comunista.
Vogliamo ricostruire l’opposizione in Italia.
L’opposizione non è un valore ontologico, uno stato dell’anima, una condizione ineluttabile. L’opposizione non è la collocazione imposta dai rapporti di forza usciti dalle elezioni politiche.
E’ la condizione necessaria ma non sufficiente per riprendere il cammino.
E’, cioè, una scelta politica di fase che facciamo ad occhi aperti. E’, innanzitutto una collocazione nella società. E’ riprendere il filo che Rifondazione Comunista ha tessuto con la rottura del ’98 e che poi ha spezzato durante l’ultima esperienza di governo: il baricentro della politica è nella società e nella relazione con i movimenti, il quadro politico è per noi a essi funzionali e va costruito in coerenza con quei rapporti sociali e di movimento.
Il movimento della scuola è già un movimento che tende ad unificare e unificarsi. Per la prima volta, mette assieme studenti, insegnanti, operatori, genitori. Gli scioperi dei lavoratori esprimono una tendenza che va nella stessa direzione. La simboleggia emblematicamente la convergenza dei lavoratori metalmeccanici e di quelli della Funzione Pubblica. Vertenze contrattuali che parlano tutte di una condizione del salario e del lavoro che è insostenibile e dell’insostenibilità del prezzo sociale ed economico che si paga alla precarietà, alle privatizzazioni, alle esternalizzazioni.
Vertenze contrattuali che si unificano nello sciopero generale contro il governo, la sua politica economica e sociale.
Come si unificano le lotte contro le cosiddette grandi opere, il Mose, la TAV, gli inceneritori, la nuova base militare di Vicenza, il nucleare.
Come hanno espresso una politicità generale le manifestazioni dei popoli migranti che parlano dello sfruttamento e della negazione dei diritti non come una sacca di arretratezza dentro una società avanzata ma come orrenda modernità, un processo regressivo e autoritario che riguarda tutti.
Come esprimono una esigenza di liberazione generale le culture critiche della regressione familistica, negatrice di diritti, proposte dalla reazione oscurantista ai movimenti portatori di istanze di libertà, del rispetto di diritti fondamentali della persona, della libera scelta dei propri orientamenti sessuali, della lotta a ogni forma di discriminazione e di violenza sessista e omofobica.
Una rete di mutuo soccorso generale che sappia parlare al Paese intero dell’altra Italia possibile e necessaria, di come potrebbe cambiare concretamente.
Il 12 dicembre 2008, giorno dello sciopero dei meccanici può essere il giorno dello sciopero generale contro le destre e contro le politiche economiche capitaliste all’insegna di ‘Noi non paghiamo la vostra crisi’.
E’ questo il gorgo che ci piace, dentro questo sommovimento vogliamo far vivere e crescere l’opposizione. Con umiltà, con una costruzione interna di relazioni e di reti, senza sovrapposizioni, senza mettere cappelli, nella maniera più unitaria e larga possibile. Un’opposizione che incontri e sappia parlare a una condizione del reddito indegna di un Paese civile, un impoverimento di massa che non ha uguali dal Secondo dopoguerra.
Ma questi movimenti, anche nella loro crescita e nella radicalità delle posizioni che esprimono e delle scelte che chiedono, non incontrano la sinistra politica. Anzi, possono separarsi dalla politica, giudicata come inefficacie e impermeabile alle istanze sociali, tanto che il movimento studentesco dell’Onda afferma di essere ‘irrapresentabile’.
Il vento che abbiamo contributo a seminare durante i due anni dell’ultimo governo produce la tempesta. Il deserto non è nella società, è nella politica. Ricostruire è un compito di lunga lena. L’ansia della rivincita, l’elettoralismo sono avversari mortali da cui guardarsi. La svolta a sinistra, verso e con i movimenti, è l’investimento strategico.
La maledizione del governo
Non è solo fallito il secondo governo Prodi, si è conclusa una intera stagione politica: quella del centro sinistra. E’ morto il progetto politico dell’Unione. L’esaurimento di questa formula va esplicitamente elaborata per non ripetere l’errore di una sinistra che ha condotta l’ultima campagna elettorale con il lutto al braccio.
Siamo sbigottiti dalla discussione intorno al fallimento della Sinistra l’Arcobaleno. Le sconfitte non hanno padri ma anche all’ipocrisia c’è un limite. Non si può fare nei confronti dell’esperienza della Sinistra l’Arcobaleno una rimozione simile a quella effettuata da Veltroni con il governo Prodi.
La discussione deve andare nel profondo e non limitarsi a un processo sommario. Il rischio è un’operazione gattopardesca: cambiare tutto per non cambiare niente.
Si afferma giustamente: si vuole riprodurre l’Arcobaleno bonsai. Si risponde: liste unitarie con chi ci sta, ma non rifaremo l’arcobaleno.
Si scambiano gli effetti per le cause. Il dito indica la luna e lo stolto guarda il dito.
Il 13 e 14 aprile non è stata sconfitta solo la lista Sinistra L’Arcobaleno, è stata sbaragliata la sinistra di governo. Parliamo di questo e del perché ciò è avvenuto. Facciamo una analisi obiettiva dei 15 anni delle due esperienze del governo Prodi e della connessione tra di esse e la condizione economica, sociale, quella del lavoro, della crisi della democrazia e dei diritti. Un’analisi che vada oltre gli errori soggettivi commessi, le ingenuità, l’inadeguatezza dei gruppi dirigenti e cerchi di raggiungere una verità interna. Per noi, questa ricerca porta alla conclusione che il centrosinistra è un luogo inadatto al cambiamento, che il sistema bipolare ci ha imprigionato dentro una logica che ha contraddetto le ragioni della nostra esistenza e pertanto ci ha reso non utili e inefficaci. Ciò non facilita il nostro compito, accresce il rischio di marginalizzazione ed esclusione. Ma non esistono scorciatoie, la scommessa è quella dell’autonomia: hic Rodhus, hic salta !
Strano destino, quello di Rifondazione Comunista. La forza più lontana dall’idea e dalla pratica del potere. Eppure la formazione politica che ha subito il maggior numero di scissioni e tutte sulla questione del governo. Una maledizione che va affrontata direttamente. Abbiamo criticato il potere, ma siamo andati al governo e qui l’abbiamo subìto e imposto ai movimenti, che per questo si sono da noi allontanati.
Noi crediamo che il motivo di fondo sia in una non risolta questione di cultura politica con cui occorre definitivamente rompere: quella, così forte dentro la tradizione del PCI, della compatibilità al quadro politico e istituzionale e del rifiuto della sua ‘rottura’. Un’idea della responsabilità nazionale, nata dentro il duro crocevia della guerra fredda, ma interiorizzato oltre quel condizionamento storico, come un punto fondante dell’unica politica possibile.
Per guardare alla nostra breve storia, noi pensiamo, invece, che il filo rosso che va ulteriormente dipanato sia quello della rottura del 1998, del movimento di Genova, della scelta della radicalità della nonviolenza e della critica del potere.
Il 1998 è per noi il vero atto di nascita della “nuova” Rifondazione Comunista, la pratica di uno strappo (contrapposto al “tirare la corda ma non romperla” del comunista ortodosso Cossutta). Il sipario strappato del teatrino della politica, la rottura delle compatibilità imposte. Non è un caso, riportando quell’atto alle vicende di oggi, che noi avemmo una contrapposizione proprio con Diliberto da una parte e Mussi dall’altro. Subimmo un isolamento ? Sì e anche l’accusa più infamante che può essere rivolta a un comunista: quella di favorire l’avversario. Ma rimanemmo isolati dalla società? Come non vedere che vedemmo e incontrammo il movimento dei movimenti prima degli altri anche grazie a quel posizionamento ?
Andiamo al fondo. Perché la Sinistra l’Arcobaleno ha contraddetto l’ispirazione a cui vogliamo tornare ? Nel 1998 abbiamo rotto con Prodi per essere coerenti al nostro radicamento sociale. Nel 2007 (nella contraddizione aperta tra il movimento della manifestazione del 20 ottobre e il protocollo sul Welfare) non l’abbiamo fatto perché avrebbe significato la fine della costruzione del processo unitario nell’ambito della sinistra politica. Abbiamo, cioè, sovrapposto il quadro politico desiderato (l’arcobaleno) al movimento. Abbiamo peccato di politicismo, e scambiato dei ceti politici con una rappresentanza di classe.
L’esperienza della Sinistra Arcobaleno va messa a critica non solo dal punto di vista del processo unitario – dato che si è scambiato l’unità di gruppi politici con il processo di costruzione sociale dei movimenti – ma anche da quello della subalternità al governo. E l’origine della subalternità è quella cultura politica della sinistra di governo che non a caso Mussi e Fava ripropongono oggi.
Contro la scissione in nome dell’innovazione.
E’ questo il motivo per cui ci opponiamo alla costituente di sinistra senza aggettivi ma non rinunciamo alla costruzione della sinistra di alternativa.
In altri termini, siamo contro la scissione in nome dell’innovazione e non dell’ortodossia comunista. Ortodossia comunista che non è di per sé garanzia contro il moderatismo e il governismo. Anzi, come fu nel 1998, è stata spesso utilizzata a questo scopo. Per questo, diffidiamo e siamo contrari a quella che viene chiamata unità dei comunisti.
Rapporto con i movimenti, critica del potere, altermondialismo non significa “spaccare il capello in quattro”, non è l’applicazione esegetica di una disputa filosofica. E’ il punto di vista da cui guardi il mondo. Senza quell’impostazione, a ogni passaggio difficile, vince di nuovo il ‘realismo’ dei rapporti dentro il quadro dato che uccide la politica della trasformazione.
Non isolamento ma autonomia e costruzione di un campo, quello della sinistra di alternativa in cui per entrare non è chiesto il tasso di comunismo presente nel DNA ma di condividere l’idea della costruzione di uno spazio autonomo che lavora per la costruzione di una alternativa di società e rifiuta la strettoia della sinistra di governo.
Oggi è necessario ancora un investimento strategico su Rifondazione Comunista come un campo aperto di ricerca e di sperimentazione di forme più avanzate possibili di contaminazione con le culture critiche del capitalismo contemporaneo e di apertura ai movimenti.
Siamo vicini a una strettoia.
Vorrebbero farci scegliere tra il superamento del PRC dentro una di sinistra senza aggettivi (attratta fatalmente dal PD), oppure dentro un Partito Comunista senza innovazione. Sarebbe una nuova drammatica scissione.
Noi vogliamo proseguire l’innovazione e investire perché RC sia motore di questo progetto di una sinistra alternativa che nasca con i movimenti ridefinendo modi e strumenti dell’agire politico.
Walter De Cesaris
Franco Russo
Gabriella Stramaccioni