Noi la crisi non la paghiamo!
Inviato da rossoverde | 24 Ott, 2008
Noi la crisi non la paghiamo! Questo slogan, che caratterizza le
manifestazioni del movimento, mi pare rappresenti al meglio la piena
politicità di questa stagione di lotte. La controriforma della Gelmini è stato l'elemento di innesco della protesta e il suo ritiro è
l'obiettivo principale. Il movimento esprime perché una capacità di
"leggere la fase" che mette in discussione non solo il berlusconismo ma
l'intera stagione neoliberista e l'egemonia dell'impresa sui disegni di
riforma sociale. Un movimento di tutta la scuola, dagli studenti agli
insegnanti ai genitori, dove la comunicazione politica passa in primo
luogo all'interno stesso del movimento, tra i diversi soggetti e le
diverse generazioni che lo compongono. Un movimento radicalmente non
violento che nel suo "non ci rappresenta nessuno" pone - a noi in primo
luogo - un problema di riforma dell'agire politico che parta dalla
capacità di costruzione sociale, dalla critica della rappresentanza
come forma separata della politica.
Non é un caso che le
mobilitazioni nelle scuole, nelle università, negli enti pubblici di
ricerca dilagano assumendo le forme di un movimento ampio e
generalizzato che non solo si oppone ai disegni regressivi del governo
Berlusconi, ma mette in discussione, nel complesso la passivizzazione e
il conformismo.
Inoltre, oggi, in una fase in cui la produzione di
conoscenza é diventata un nodo centrale dello sviluppo e delle
contraddizioni capitalistiche, questo movimento mette in scena una
grande capacità di lettura, di andare alla radice, di cogliere i nessi
tra la gestione governativa della crisi e i tagli all'istruzione
pubblica (noi la crisi non la paghiamo, appunto), tra i tagli
occupazionali e i tagli alla qualità della conoscenza e alla qualità
del futuro (non tagliateci il futuro), tra l'impoverimento dei
processi formativi e la riduzione degli spazi di agibilità democratica,
tra recessione e repressione.
Il carattere espansivo di questo
movimento sembra essere basato, dunque, sulla capacità di dare una
risposta complessiva all'attacco sistemico (dalle elementari agli enti
di ricerca) portato avanti da questo governo: la definitiva messa in
discussione della funzione sociale della formazione e della ricerca
pubblica.
L'impressione è che si stia configurando un processo ampio che unisce
le generazioni attorno all'idea che il bene pubblico della conoscenza
sia garantito a tutte e tutti. Genitori, studenti medi e universitari,
dottorandi, ricercatori precari, lavoratori tecnici e amministrativi,
docenti di ogni ordine e grado sono oggi uniti nella lotta contro
l'obiettivo del governo di dismettere la struttura pubblica della
formazione andando a ledere i principi basilari della nostra
Costituzione repubblicana.
E' un movimento che nasce nelle scuole e
nelle università ma parla alla società tutta, che occupa non solo le
strade, ma le città. Il mondo è scosso dalla crisi dei mercati
finanziari e da un modo capitalistico di produzione che dimostra di non
essere compatibile con lo sviluppo umano e con l'aspirazione a una
società democratica dove sviluppo economico e benessere sociale si
muovano all'unisono. Il Governo Berlusconi invece di portare avanti una
politica seria di sostegno alla domanda, aumentando da un lato il
potere d'acquisto delle famiglie e allargando dall'altro gli spazi di
accesso alla conoscenza, risorsa fondamentale per produrre uno sviluppo
qualitativo delle società contemporanee, risponde alla crisi in modo
regressivo, mostrando a pieno il suo volto reazionario. Il sistema
bancario vacilla e il governo gli corre in soccorso mettendo a
disposizione dei responsabili della crisi fiumi di risorse sottratte
alle famiglie. Non si tagliano gli armamenti, non si bloccano progetti
inutili e dannosi come la Tav o il ponte sullo Stretto di Messina, ma
si riduce la spesa sociale e si massacrano ricerca e istruzione
pubblica. Se il progetto del governo andrà in porto, a breve 85mila
insegnanti e 45mila lavoratori tecnici e amministrativi delle scuole
verranno mandati a casa. Con il taglio di circa 1.500 milioni di euro
alle Università a cui si aggiunge il blocco sostanziale delle
assunzioni, decine di migliaia di precari della ricerca dovranno
abbandonare il paese o ancor peggio ripiegare su altre prospettive di
lavoro, mentre 57mila lavoratori precari del comparto pubblico da qui a
sei mesi non si vedranno rinnovati i contratti pur avendo maturato i
requisiti per le stabilizzazioni previste nelle due passate leggi
finanziarie.
E poi l'opzione scellerata offerta a scuole e
università, atterrate dal taglio dei finanziamenti pubblici, di
trasformarsi in fondazioni regalando di fatto ai privati la possibilità
di gestire risorse e strutture pubbliche, condizionando pesantemente la
formazione e la ricerca nel nostro paese. Per non parlare dello
svuotamento del tempo pieno, che invece di essere esteso anche in
quelle realtà, soprattutto meridionali, dove non è mai stato veramente
applicato, viene ridotto o quantomeno svuotato di significato, mentre
con la reintroduzione della "maestra unica" e del voto in condotta si
ripropone un modello di scuola gerarchico e autoritario.
Questa è la
società che ci propone la destra. Dove la scuola è ridotta a palestra
di conformismo e la ricerca precarizzata, schiava dei capricci di un
mercato instabile. L'altro aspetto della gestione governativa della
recessione è l'autoritarismo repressivo: dall'esercito nelle città al 5
in condotta alla minaccia della polizia nelle università. Questo
movimento perché è troppo vasto e la minaccia dell'uso della forza non è
in grado di fermarlo.
Da un lato, abbiamo un governo che ci propone
classismo, stato di polizia, razzismo istituzionale, anche attraverso
l'istituzione di classi separate per i cittadini migranti; dall'altro
una intera articolazione sociale che denuda il re, mostrando tutta la
vitalità democratica, la rabbia ma anche la gioia di una società che
chiede di investire nella conoscenza come bene comune.
Dobbiamo
operare in questo movimento, per la sua crescita e la sua vittoria.
Dobbiamo lavorare a saldare concretamente la lotta per la conoscenza
come bene comune con la lotta al carovita. Sono due aspetti della
stessa medaglia, l'ha capito il movimento lo può capire la maggioranza
del paese. Lo sbocco politico del movimento è la sua vittoria, cioè il
ritiro del decreto Gelmini. A questo sbocco politico dobbiamo lavorare,
sia dentro il movimento sia allargando il più possibile la
mobilitazione contro il carovita. Al congresso avevamo scommesso sulla
possibilità di dar vita ad un autunno caldo. Adesso la temperatura è
già salita di un bel po', compito nostro trovare i nessi tra il disagio
sociale diffuso e la lotta, tra la lotta contro il governo e quella
contro Confindustria; nostro compito lavorare ad allargare il
movimento. La crisi noi non la paghiamo che deve diventare la nostra
parola d'ordine, sin dalla mobilitazione del 25.
Paolo Ferrero
Segretario Nazionale PRC