I ROM
Inviato da rossoverde | 18 Lug, 2008
Questo problema ha messo in moto due ipotesi di intervento, ispirate da senso dell’emergenza e spirito di solidarietà. La prima di queste, determinata e ammirevole, è stata posta in essere dal sacerdote don Giovanni Usai in una comunità di Arborea; la dichiarata scelta di disobbedienza di quest’uomo ha reso ridicola l’ulteriore intimazione di cacciata notificatagli anche dal sindaco di quel comune, e per ora tutte quelle 54 non-persone restano con lui. La seconda ipotesi, mendicata in queste settimane dal prefetto Tuveri presso tutti i sindaci della provincia e sponsorizzata da alcuni esponenti politici, prospetterebbe una suddivisione del gruppo rom di Terralba fra diversi comuni provvisoriamente disponibili alla cristiana accoglienza. Tutto ciò accade nel silenzio tombale della classe politica stessa: non mancano ovviamente le esposizioni individuali, ma il vuoto di politica reale, in termini di attenzione, di intervento e di prospettiva, è totale. E’ persino più sconcertante dell’abissale sconcezza delle ordinanze dei sindaci di Terralba e Arborea, che costituiscono evidentemente le risultanze terminali di una ragione di governo affaccendata sul G8, sui posizionamenti elettorali e su consimili amenità.
La gravità di questa situazione, per la catena di precedenti sociali, amministrativi e giuridici che presenta, necessita di uno sforzo di immediata chiarificazione, e pone alla classe politica, alla coscienza civile e alla Procura della Repubblica tre interrogativi fondamentali:
1: l’ordinanza del sindaco di Terralba, in termini formali e in termini sostanziali, è legittima?
2: l’eventuale disponibilità di alcuni sindaci all’accoglienza può valere come modello di soluzione?
3: lo smembramento di una comunità è insignificante dal punto di vista dei diritti umani?
1: L'ordinanza: l’intimazione del sindaco di Terralba connette due sue precedenti ordinanze: sgombero degli accampamenti e demolizione delle opere abusive; tale connessione, il cui fondamento di legittimità è l’abuso edilizio, si risolve, testualmente, nella intimazione di “allontanamento dal territorio comunale dei campi nomadi”. Anche i bambini capiscono che se una contestazione di abuso edilizio desse al sindaco il potere di disporre della dislocazione corporea e della libertà personale degli individui, contro gli artt. 13, 14, 16, 17 e 18 della Costituzione, ci troveremmo in una situazione surreale. Inoltre il campo rom di Terralba non è affatto nomade, risulta stabilmente all'anagrafe e alla vigilanza pubblica, è stabilissimo da molti anni e per di più posizionato su aree di cui le persone che lo abitano vantano la proprietà. A parte la seria ipotesi di abuso compiuto dai pubblici poteri ai danni di persone fisiche e beni privati, si evidenzia qui il paradosso per cui anziché contrastare il nomadismo favorendo regolari residenze stanziali, si distruggono con le ruspe le residenze stanziali per rigettarne i componenti, umiliati e saccheggiati di tutti i loro averi, nel randagismo puro. In Consiglio comunale, tanto per inserire un tocco di umorismo, si è perfino evocato il canile. Nella logica di alcune amministrazioni agisce un’intelligenza sovrumana.
2: L’accoglienza: l'accoglienza è una nobile disposizione umana, ed è un dovere morale nei casi di calamità e di disgrazia. Ma questo non è un caso di calamità: fare appello alla morale quando si calpesta il diritto non fa bene né alla morale né al diritto, e col contrappeso della solidarietà si spalanca il terreno all’abuso di potere e all’arbitrio puro. Per questo riteniamo che il tentativo perseguito dal Prefetto di Oristano, pur umanamente apprezzabile, sia profondamente sbagliato in termini di principio e del tutto privo di prospettiva in termini di fatto. Esso manca del requisito fondamentale: la garanzia che siano i soggetti in questione a decidere liberamente dove stare. Fino ad ora resta il fatto che la loro casa è in quell’ unica loro terra, e che ne sono stati cacciati in offesa al'essenza della loro vita: le loro cose, le loro attività quotidiana e la scuola. Essi sono sotto la protezione dell’art.13 della Costituzione, e in questa situazione di fatto ogni condizione costrittiva di accoglienza finirebbe per legittimare l’abuso di cui sono vittime.
3: Lo smembramento: stando alle cronache ci sono in provincia comunità tradizionalmente dialoganti e comunità modernamente grette: il documento del vicesindaco di Gonnoscodina, diretto a una libera discussione in quella popolazione, e l’intervista del capo dei vigili di Arborea, che in veste di pubblico ufficiale vuole a tutti i costi le impronte digitali (senza che nessuno dei suoi concittadini abbia avuto il buon senso di chiederne la rimozione), sono un esempio di quanto in soli trenta chilometri può essere vario il mondo. E’ dunque teoricamente possibile che con un po’ di dirindin e progetti socialmente utili si possa suddividere in modo caritatevole il problema, “smembrare” la storia sociale e l’identità fisica della comunità rom e supporre di poter vivere felici e contenti. Ma è più che probabile che gli immaginari zingari felici percepiscano questa ipotesi come quella di una deportazione. Può sembrare che abbiano troppe pretese: ma chi accetterebbe un simile smembramento delle proprie storie affettive e del proprio orizzonte di socialità? In nome di quale ordine costituito, di quale principio di sicurezza o di quale dio si può fare questa selezione di esseri umani come si fa una marchiatura di bestiame? Chi mai accetterebbe di uscire per strada sapendo di essere guardato a vista e di doversi atteggiare di fronte a chiunque come un cane riconoscente? Nessuno tra noi, e assolutamente nessuno tra loro.
Le nostre università vantano meriti riconosciuti nel campo dell'antropologia, ma anch'esse sono solitamente mute su questa gente. I rom non hanno una consuetudine sociale monofamiliare, ritagliata su tempi di casa, di professione, di promozione sociale ecc. Il senso della loro esistenza è in reti familiari estese, con valori e disvalori comportamentali radicati nei loro codici morali, così come quelli di tutte le diverse società umane; c’è un limite alla nostra pretesa di intromissione e anche alla nostra pretesa di giudizio, ammesso che nel suo insieme la nostra storia e il nostro costume abbia poi così tanto da insegnare; è l’orizzonte di senso della loro vita che attende da noi di essere riconosciuto, così come è un bene che essi si rendano disponibili a riconoscere il nostro. I sardi hanno sempre vissuto a parti invertite questo dramma, e non è un bene per nessuno che la loro memoria comune sia così cedevole alla conformazione dominante. La reciprocità non è mai facile: costringe ciascuno a vedersi con gli occhi di chi gli sta di fronte. La privazione di questa necessità della condizione umana, l’accecamento di quello sguardo, è ciò che chiamiamo razzismo.
SINISTRACRITICA
Oristano, 17 luglio 08